Un video diventato “virale” in rete ha rovinato la vita di un gruppo di studenti di una scuola cattolica del Kentucky. Di uno di loro, in particolare, Nick Sandmann, che sorride “in modo arrogante” a un nativo americano intento a intonare un canto tradizionale. Emblema del razzismo? No, tutta una montatura, quantomeno un gigantesco equivoco.

Un video diventato “virale” in rete ha rovinato la vita di un gruppo di studenti di una scuola cattolica di Covington, nel Kentucky. Ha rovinato la vita di uno di loro, in particolare, Nick Sandmann. Nel video, che risale a venerdì scorso, si vede lo studente sorridere di fronte a un nativo americano che suona il tamburo e intona un canto tradizionale. Non ci sarebbe nulla di male di fronte a un ragazzo che sorride di fronte a un uomo che suona e canta, mentre attorno altri ragazzi ridono, scherzano, accennano a qualche balletto. Ma l’uomo è un nativo americano. I ragazzi sono bianchi e indossano tutti il berretto di Donald Trump, Make America Great Again (Maga). L’immagine è stata subito infiocchettata di messaggi politici e morali: il nativo americano era un veterano del Vietnam, i ragazzi che “lo irridono” sono giovani cattolici conservatori anti-abortisti, il nativo americano voleva solo suonare in pace, i ragazzini lo stavano circondando, intimidendo, impedendogli il passaggio. Tutto molto simbolico, da farci un film e nuovi trattati di sociologia sul Web: i social network si sono saturati di insulti rivolti ai ragazzi col berretto Maga. Peccato però che… è tutto falso.

Selezionare un’immagine da un video, puntare il riflettore su un unico dettaglio non permette di capire che cosa stia succedendo in quel momento. Quel che stava avvenendo non era infatti nulla di drammatico, bensì una scena involontariamente comica degna di un film dei Monty Python. Nick Sandmann, (questo il nome dello studente “ghignante e strafottente”) sta aspettando di imbarcarsi su un bus, assieme a tutti i suoi compagni della Scuola Superiore Cattolica di Covington, nel Kentucky, presso il monumento a Lincoln, in pieno centro a Washington. Stanno tutti tornando dalla Marcia per la Vita, una manifestazione imponente di cui si trova poca traccia nelle notizie di quel giorno. Il gruppone di studenti cattolici viene avvicinato da un gruppetto di afro-americani vestiti di nero, armati di Bibbia, bastone e un poster che raffigura le 12 tribù di Israele. Il gruppo di afro-americani appartiene ad una setta chiamata “Ebrei di Israele”: sono convinti che gli schiavi neri discendano direttamente dalle 12 tribù di Israele. Gli “Ebrei di Israele” iniziano a predicare e insultare i cattolici, “razzisti”, “bigotti”, “froci” e “figli di un incesto”, dicono di avere le prove che Trump è gay e urlano altri  slogan con zelo fanatico, da predicatori. Prendono di mira uno studente afro-americano pro-life dicendogli che i suoi compagni avrebbero venduto i suoi organi. Dopo un po’ i cattolici incominciano a reagire cantando i loro inni sportivi e canti scolastici. E’ a questo punto della scena che entra l’elemento surreale: un gruppetto di nativi americani.

Uno di questi aveva il tamburo e intonava canti tradizionali. E’ quello che ha suscitato più sensazione, un misto di curiosità e ilarità nel gruppone di studenti pro-life. Nessuno è parso intenzionato a intimidirlo o impedirgli la fuga. I nativi americani, che erano in zona per una loro manifestazione, la Marcia dei Popoli Indigeni, se ne sono andati tranquillamente così come erano arrivati. E’ in quel momento che è stato girato il video dello “scandalo”. Da notare, comunque, che nel video stesso non si sentono insulti e nessuno dei ragazzi ripresi alza le mani o intimidisce il nativo americano. A gettare benzina sul fuoco è stato lo stesso protagonista di questa vicenda, Nathan Phillips, anziano della tribù di Omaha, che si è descritto come un veterano della guerra del Vietnam e ha denunciato il comportamento aggressivo dei ragazzi. Li ha descritti come “belve” e ha dichiarato di essersi sentito minacciato e deriso da loro. A pochi centimetri da lui c’era Nick Sandmann. Non parlava e non reagiva, sorrideva e basta. Successivamente, nella sua testimonianza, ha detto di essersi imposto di sorridere per evitare che la situazione potesse degenerare. Mentalmente stava pregando di mantenere la calma. Ma quel sorriso è stato visto da tutti gli spettatori come “arrogante”, probabilmente perché condizionati dal racconto dell’episodio. Chiunque veda un ragazzino che sorride non pensa che sia arrogante, ma se il ragazzino stesso è descritto come l’aguzzino intento a perseguitare la sua vittima (un nativo americano, poi) allora la percezione cambia drammaticamente.

Siamo nell’era di Internet e delle fotocamere negli smartphone, quindi possiamo anche non essere condizionati da una singola scena, diffusa da un’unica fonte. Si scopre infatti che tutti fossero muniti di fotocamere e praticamente tutti abbiano mandato online i loro video. In questo video si può constatare che la gazzarra era già iniziata, fra il gruppo degli studenti e gli “Ebrei di Israele”. Il nativo americano, lungi dall’essere circondato o aggredito, si avvicina lui per primo, di sua sponte, ai pro-life. In questo secondo video si può vedere come uno dei nativi americani insulti pesantemente gli studenti cattolici, gridando loro di tornarsene in Europa. Si vede poi il successivo scambio verbale, di insulti, ma anche di risate, fra il gruppuscolo di afro-americani “Ebrei di Israele”. Nel video più lungo pubblicato anche sul sito della CNN si vede lo scambio verbale, di insulti, ma anche di risate, fra il gruppuscolo di afroamericani “Ebrei di Israele” e poi l’arrivo del gruppo di nativi americani, accolti dagli studenti con risate, balli e canti in coro, in un clima di goliardia generale. Nessuno viene minacciato, circondato, o il passaggio impedito. Durante il confronto fra i nativi americani e gli studenti cattolici, gli afro-americani della setta “israelita” continuano a lanciare insulti. Gli studenti sporadicamente rispondono, il più delle volte ridendoci sopra.

Eppure il primo video e la prima versione dell’episodio raccontata dai media e diffusa per tutto il venerdì e il sabato scorsi, è bastato a rovinare la vita a Nick Sandmann, alla sua famiglia e ai suoi compagni di scuola. Il New York Times, quotidiano di riferimento negli Usa, ha titolato in bella evidenza “Ragazzi con il cappello Maga aggrediscono un anziano della Marcia dei Popoli Indigeni”. Il Timesha successivamente corretto il titolo, sostituendo “aggrediscono” con “circondano”. Ma il senso dell’aggressione resta. Solo domenica, una nota della redazione specifica: “Interviste e ulteriori video ci hanno fornito un’immagine più completa di quanto è accaduto durante l’incontro, compreso il fatto che il nativo americano si è avvicinato agli studenti”. La rettifica fa sempre meno notizia del primo titolo sparato, però.

Gli insulti sono piovuti da tutte le direzioni, anche da professionisti dell’informazione e Vip dei media. Bakari Sellers, avvocato, ex politico e commentatore della Cnn, su Twitter ha definito i ragazzi di Trump “deplorevoli” e “da prendere a pugni in faccia”. Seguendo una moda lanciata da Madonna in campagna elettorale, Sarah Beattie, autrice del Saturday Night Live ha promesso sesso orale a chiunque prenda a pugni in faccia “il ragazzo Maga”, cioè Nick Sandmann. Kathy Griffin, l’attrice comica che due anni fa aveva mostrato alle telecamere la testa sanguinante di Donald Trump (finta, almeno), nei giorni scorsi ha chiesto su Twitteralla scuola di rivelare i nomi di tutti gli studenti, così che tutti possano aver vergogna di loro.

Non è mancato neppure il fuoco amico. Bill Kristol, il fondatore della rivista conservatrice The Weekly Standard (chiusa alla fine dell’anno scorso, ma ancora presente sul Web nella sua versione online), ha scritto che “Se qualche ragazzo col berretto della campagna McCain 2008 fosse stato ripreso mentre si comportava in quel modo, John McCain, a quest’ora, avrebbe già chiamato il signor Phillips per esprimere le sue scuse”. La National Review, punto di riferimento dei conservatori, in uno dei blog che ospita ha lasciato dire al collaboratore Nicholas Frankovic che gli studenti cattolici di Washigton si sono comportati come i legionari romani intenti a “sputare su Cristo in croce”. Almeno la National Review ha avuto il buon senso di chiedere scusa con un editoriale.

Non ha ancora fatto marcia indietro, invece, il vescovo di Covington. È stato uno dei primi a scagliare la pietra sui suoi ragazzi: monsignor Roger Joseph Foys, così come la scuola cattolica dei “ragazzi col berretto Maga”, hanno espresso una condanna pubblica e hanno promesso di dare il via ad un’indagine, con possibili severi provvedimenti disciplinari. Ad oggi, mentre questo articolo viene scritto, il messaggio di condanna e promessa di punizioni è ancora online e pubblico.

da lanuovabq