La polizia ha chiuso il caso: «Non ci sono prove per accusare mio marito, ma i miei quattro figli sono ancora detenuti dal Barnevernet». In seguito allo scandalo pedofilo che ha coinvolto i servizi sociali norvegesi, noti per il fatto di allontanare da casa migliaia di bambini ogni anno, Alitcia Forsberg-Qaushi ha raccontato alla NuovaBQ il suo caso, fatto di illazioni fondate sul nulla e di ragioni economiche e ideologiche.

La polizia ha chiuso il caso:«Non ci sono prove per accusare mio marito di violenza domestica. Eppure i miei figli sono ancora detenuti dai servizi sociali». In seguito allo scandalo pedofilo che ha coinvolto i servizi sociali norvegesi, noti per il fatto di allontanare da casa migliaia di bambini ogni anno (soprattutto figli di stranieri), Alitcia Forsberg-Qaushi ha voluto raccontare la sua storia alla NuovaBQ. Anche il suo caso, come quello delle mamme intervistate nel documentario di denuncia della Bbc, parla di ipotesi e illazioni fondate sul nulla e di un sistema sociale infantile Barnevernet o Cps “Child protection service”) prepotente e corrotto.

Tutto cominciò oltre un anno fa con l’accusa di “mancanza di limiti e organizzazione” da parte dell’asilo in cui la donna, mamma di quattro bimbi, mandava i suoi primi tre figli. Secondo la famiglia, svedese di madre e albanese di padre, il conflitto partì da alcuni screzi avuti con l’asilo per il fatto di non concordare pienamente con il loro sistema educativo, lamentandosi del fatto che i bambini non venivano lasciati lì a tempo pieno: «Inizialmente dicevano che il pranzo portato da casa era troppo pesante. Si arrabbiarono perché insieme al cibo c’era lo yogurt, che non sapevamo fosse vietato: non siamo norvegesi, perciò non conosciamo esattamente le regole». Ma per l’asilo quello era un segno della mancanza di limiti e di regole necessari per la crescita dei bambini.

Allora Alitcia era ancora in maternità, ma fu spinta ad iscrivere immediatamente anche il quattro figlio all’asilo. Il piccolo aveva solo un anno «ma obbedii, solo che tre settimane dopo si sono portati via dall’asilo tutti e quattro i miei figli». Dopodiché i bambini sono stati separati in tre famiglie affidatarie con un permesso di visite materne di sole 12 ore all’anno e di 4 paterne.

Ma c’è di più. Qualche mese prima dell’allontanamento dei bambini, l’asilo mandò a casa della famiglia una dipendente dei servizi sociali «che non ci rivelò la sua identità e che si comportava come una poliziotta, incurante del fatto che le sue visite potessero traumatizzare i piccoli». Anche nel caso di Alitcia, come in quelli riportati dalla Bbc, i rapporti dei dipendenti del Cps «erano pieni di errori e di accuse false, fondate su interpretazioni dei fatti assolutamente opinabili». Non solo, perché «nelle carte si leggono frasi come questa: “Se non vi focalizzate su un lavoro, questa famiglia collasserà”». Infatti, «dissero a mio marito che doveva rimanere a casa, mentre io dovevo lavorare. E siccome volevo cambiare asilo ai nostri figli, ci assicurarono che in questo modo ne avremmo perso la custodia: i bambini dovevano rimanere all’asilo ogni giorno dalle 9 alle 15».

Secondo i servizi sociali il livello economico della famiglia non era sufficiente, «ma invece che aiutarci, se questo era il loro parere, hanno preferito reclamare la custodia dei bambini fornendo allo Stato per ciascuno di loro dalle 600 mila a un milione di corone all’anno, (dai 63.300 ai 105 mila euro) una gran parte dei quali vanno alle famiglie affidatarie norvegesi, che così possono permettersi di non lavorare. Lo Stato dà anche premi pecuniari ai dipendenti del Cps che allontanano i bambini da casa».

La difficoltà economica della famiglia era inoltre causata dal Barnevernet stesso: «Per un periodo di tempo i dipendenti dei servizi sociali ci controllavano dalla mattina alla sera, stando in casa con noi e contribuendo ad un clima di tensione costante. Ci davano solo tre ore libere al giorno, in cui potevamo uscire per fare commissioni o per andare a prendere i bambini, perciò non potevamo lavorare. Questo ci costrinse a dover risparmiare così tanto da non poter pagare un guasto alla macchina, per cui cominciammo a camminare tre ore al giorno per portare e andare a prendere i bambini all’asilo. Arrivavamo a casa esausti». Alitcia ci ha mostrato diversi filmati che documentano il lungo tragitto.

Alla famiglia venne poi proposto di recarsi presso una “Family center house” a cui seguì un rifiuto per paura che lo step successivo, come spesso avviene, fosse la sottrazione dei minori. Solo a questo punto «mio marito fu accusato di violenze», motivo per cui, su ordine di Cecilie Tönnessen, una delle responsabili del Cps, Mary Ann Taraldsen fu inviata ad interrogare i piccoli ad insaputa dei genitori: «Abbiamo potuto vedere i filmati scoprendo che le domande – continua Alitcia – sono costruite in modo da forzare i bambini a rispondere secondo le accuse. Ma siccome loro non sono caduti nel tranello, la polizia ha dovuto chiudere il caso». Nonostante ciò alla famiglia venne imposto di non muoversi per le vacanze estive. Di più, «i nostri figli dovevano passare tutti i giorni dell’estate all’asilo». Finché, a settembre 2017, furono allontanati da casa «e ancora oggi il Cps ci tratta come fossimo colpevoli, mantenendoli sotto la loro custodia».

Tanti sono i dettagli che sfuggono. Ad esempio, «quando mio marito domandò alla polizia come mai avesse aspettato così a lungo (3 mesi) ad intervenire dopo le accuse mosse dal Cps; la risposta fu che non c’era posto libero nella “casa dei bambini” in cui la polizia di solito svolge gli interrogatori». Alitcia è quindi arrivata alla conclusione che esista «una cooperazione tra polizia e Cps poco trasparente, con un progetto già predefinito per portare via i figli a migliaia di famiglie: dovevano costruire un caso che giustificasse la decisione dei servizi sociali di prendersi i nostri figli a tutti i costi».

Inoltre, non si capisce perché il Barnevernet ha abbia rifiutato alla famiglia uno psicologo che ne valutasse la capacità genitoriale, mentre «nel Fylkesnämnd (una specie di tribunale di famiglia) fu chiamato Einar Heiervang, uno psicologo che non aveva mai avuto alcun contatto né con noi né con i bambini: ha scritto un rapporto costruito solo sul materiale dei servizi sociali, dichiarando che io ero adatta per essere un genitore e che il problema era mio marito». Come mai? Fin dall’inizio, continua Alitcia, lo scopo «era di metterci l’uno contro l’altro». Alla donna è stato quindi proposto di ammettere le colpe paterne per riavere la custodia dei bambini: «Dovevo anche prendere le distanze da lui, escluderlo da casa e terminare ogni tipo di rapporto o comunicazione. Insomma, dovevo diventare una madre single».

Fatto sta che sebbene le accuse siano crollate, da ormai un anno i bambini sono lontani dai genitori. «E quando abbiamo chiesto alla polizia perché il nostro caso fosse in attesa invece che essere rinviato a giudizio, ci hanno ripetuto che non hanno ancora prove contro il padre!». Oggi Alitcia e il marito Armend stanno cercando ogni via legale per riportare a casa i figli, ma più il tempo passa più il rischio è quello che siano resi adottabili. «Voglio aggiungere che il 70 per cento dei bambini dati in affido in Norvegia risulta essere un criminale o un tossicodipendente. Inoltre se questi avranno in seguito figli propri, è probabile che il Cps prenda anche loro con la giustificazione che hanno background problematici».

Tutto ciò, secondo Alitcia, è legato a motivi ideologici ed economici insieme: «Il Barnevernet ha titoli sul mercato e tutti guadagnano soldi quando un bambino viene portato via da casa». I servizi sociali in Norvegia hanno un tale potere che se un tribunale decide che un bambino deve essere ricongiunto ai genitori, possono rifiutarsi di restituirlo alla famiglia e «persino vietare che singoli casi siano discussi a livello governativo o che i minori possano ricorrere individualmente all’Onu per la violazione di un loro diritto da parte dello Stato».

I media in Scandinavia sono lontani dal mostrare un’immagine come quella descritta da Alitcia che, rifacendosi alle statistiche, ricorda «i quasi 5 bambini portati via ogni giorno Oltre 1.545 all’anno) con la forza alle loro famiglie nella piccola Norvegia che conta 5,3 milioni di abitanti. Se si pensa che tutto ciò è cominciato anni fa, si può dire che in 20 anni circa il 30 per cento di una generazione di bambini è stata separata dai propri familiari. Ci sono anche statistiche sulle morti e i suicidi dei bambini sotto la custodia del Cps».

Ma se si chiede alla donna il perché ideologico di un tale accanimento, lei risponde parlando della sua esperienza e di quella di migliaia di famiglie: «Lo Stato voleva i nostri figli per diversi motivi. Uno è che la nostra mentalità non è norvegese e che non volevamo accettare che il modo di educare i nostri bambini ci fosse imposto, ecco perché la maggioranza di coloro che perdono i figli è straniera e tendenzialmente a basso reddito con pochi mezzi per contrattaccare: conosco persone che hanno osato dire la verità sulla corruzione dei servizi sociali e come risultato hanno perso il lavoro e magari i figli».

Ad Alitcia viene in mente 1984 di George Orwell «in cui lo Stato si impossessa dei suoi cittadini», ritenendo pericoloso chi si distanzia dalla sua ideologia. Basti pensare che «la Norvegia in generale preferisce le madri single alle famiglie: il sistema di aiuto economico è costruito in modo che i benefici siano più per i single che per le famiglie, infatti hanno provato più volte a convincermi di separarmi da mio marito spiegandomi che avrei ricevuto più soldi dallo Stato». E i padri? «non sono nemmeno considerati, tanto che spesso la madre è dichiarata già alla nascita inadatta come genitore e il figlio viene dato in affido senza che sia lasciato al padre anche fosse in grado di crescerlo».

Ecco perché il documentario della Bbc parlava di famiglie norvegesi che vivono nel terrore del Barnevernet, ma che dopo il caso internazionale della famiglia Bodnariu (i cui 5 figli vennero allontanati da casa per la loro educazione cristiana) stanno cominciando ad alzare la testa.

da lanuovabq