Asia Bibi sarà scarcerata. La Corte Suprema del Pakistan, dopo tre settimane di silenzio, ha infatti deciso di rendere pubblica la sentenza: “assolta da tutte le accuse”. Si conclude così la lunga odissea della donna cristiana accusata di blasfemia nel 2009, condannata a morte in primo grado nel 2010, nove anni in carcere, quasi tutti in cella di isolamento. La donna ha ora urgente bisogno di protezione e di asilo politico all’estero. In Pakistan, infatti, sia lei che i familiari che i giudici sono diventati, da oggi, il primo bersaglio dell’odio jihadista.

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Asia Bibi, da oggi è una donna libera. La Corte Suprema del Pakistan, dopo tre settimane di silenzio, ha infatti deciso di rendere pubblica la sentenza: “assolta da tutte le accuse”. Il verdetto è stato annunciato dal presidente del massimo organo del potere giudiziario pakistano, il giudice Saqib Nisar.

Si conclude così la lunga odissea della donna cristiana accusata di blasfemia nel 2009, condannata a morte in primo grado nel 2010, più di nove anni in carcere, quasi tutti in cella di isolamento. Minacciata di morte dagli islamisti, che non hanno atteso la sentenza per condannare anche i giudici, la donna ha ora urgente bisogno di protezione e di asilo politico all’estero. In Pakistan, infatti, sia lei che i familiari che i giudici sono diventati, da oggi, il primo bersaglio dell’odio jihadista.

Dal 1990, 62 persone sono state uccise come risultato di accuse di blasfemia. Nel caso di Asia Bibi i morti sono già due. La prima vittima eccellente è Salman Taseer, governatore del Punjab, ucciso nel gennaio 2011 dalla sua guardia del corpo Mumtaz Qadri (condannato a morte a sua volta, impiccato e ora da molti considerato come un eroe pakistano). Si era offerto di perorare la richiesta di grazia per Asia di fronte al presidente del Pakistan. La seconda vittima eccellente è Shahbaz Bhatti, cattolico, ministro per le Minoranze, assassinato dai Talebani nel marzo del 2011. Era tra le più influenti voci pakistane per la tolleranza religiosa, sospettato dagli integralisti islamici di voler intercedere per Asia Bibi e, in generale, di voler riformare la “legge nera”, il famoso articolo 295, comma b, del Codice Penale pakistano, che condanna una persona per blasfemia, anche sulla base di un semplice sospetto.

La vicenda di Asia Bibi è tanto lunga che è facile dimenticarne l’origine. Era stata arrestata nel giugno del 2009 per un sospetto di blasfemia, accusata dalle sue colleghe. Mentre lavorava nei campi, non la lasciavano bere dallo stesso recipiente d’acqua, perché loro erano musulmane e lei cristiana. Pare che, in un’animata discussione attorno all’acqua contesa, abbia messo a confronto Gesù e Maometto. “Gesù Cristo è morto sulla croce per i peccati dell’umanità. Che cosa ha fatto il vostro profeta Maometto per salvare gli uomini?” Una domanda giudicata blasfema, che può costare la vita. Ma è anche probabile che Asia non l’abbia neppure mai posta, questa domanda: non sono emerse prove contro Asia Bibi, nemmeno a 9 anni dal suo arresto. Nel novembre 2010 è però stata condannata a morte per impiccagione e da allora è sottoposta a regime d’isolamento nella prigione di Multan, dove le viene concessa un’ora d’aria tre volte al mese. In questi anni si è ammalata più volte e alcuni carcerieri, che ormai hanno stretto legami con lei, fanno sapere che non riceve adeguate cure mediche. Dopo i due omicidi eccellenti del 2011, legati al suo processo, Asia Bibi è diventata l’icona della persecuzione dei cristiani in Pakistan e il simbolo tragico della “legge nera” sulla blasfemia. Che colpisce soprattutto le minoranze e fra queste soprattutto i cristiani, costituendo così una non troppo velata legittimazione della persecuzione religiosa.

Dopo aver confermato la sentenza capitale nel 2010, il giudice Naqveed Igbal aveva fatto visita ad Asia Bibi nel braccio della morte in cui era reclusa per proporle la revoca della sentenza  a condizione che si convertisse all’Islam. “Io l’ho ringraziato di cuore per la sua proposta – Asia Bibi ha raccontato – ma gli ho risposto con tutta onestà che preferisco morire da cristiana che uscire dal carcere da musulmana. Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto – credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui”.

da lanuovabq