La testimonianza di Mira Garcia ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” non è umanamente comprensibile se non nella prospettiva di un dono immenso chiesto e ricevuto da Dio e di una capacità di grande sacrificio per accoglierlo. Perché questa donna non ha solo perdonato l’assassino di suo padre, ma ha fatto molto ma molto di più.

Perdonare quando viene chiesto perdono di un male grave a cui non si può rimediare è già fuori dalle capacità di un uomo, ma forse è ancora tollerabile. Ma perdonare prima che sia stato chiesto perdono di atrocità indicibili è una cosa assolutamente divina: solo Dio può continuare a soffrire e struggersi per i suoi figli che più lo odiano e lo rifiutano. Perciò la testimonianza di Mira Garcia, colombiana, ad “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (Acs) non è umanamente comprensibile se non nella prospettiva di un dono immenso chiesto e ricevuto da Dio, di un’esperienza d’amore straordinaria e di una capacità di grande sacrificio per accoglierla. Perché Garcia non ha solo perdonato un assassino, quello di suo padre, ma ha fatto molto ma molto di più.

«Il 4 aprile del 1960 – ha raccontato la donna – mio padre Francisco Mira fu ucciso dai politici dello schieramento a lui rivale. Avevo 4 anni quando nove bimbi furono costretti ad assistere al suo omicidio. Buttando mia madre in là, gli spararono alla tempia di fronte a noi». La donna trovò forza nella fede della madre, che però morì di un attacco cardiaco quando Garcia aveva 43 anni. Il motivo? Sempre la paura della persecuzione politica: «Nel 1999 la colpì un infarto, quando i militanti di una delle frange più pericolose del paese bussarono alla nostra porta». La Colombia, infatti, per 60 anni è stata vittima della guerriglia marxista schierata contro le truppe governative e i militari.

Scandalizza forse, ma non fu questo l’apice del male ricevuto, perché solo due anni più tardi sua figlia fu rapita con la nipote di 5 anni da alcuni militanti politici e, mentre la piccola fu rilasciata, per anni la famiglia è andata in cerca della madre: «Siamo riusciti a recuperare il suo corpo – ha continuato Garcia – dopo sette anni passati a camminare su e giù per le montagne». Ma la tragedia non sembrava avere ancora fine e non si comprende come questa donna possa avere ancora la forza per parlare, mentre spiega che «anche mio fratello minore è stato sequestrato su un’autostrada e né lui né le persone che hanno viaggiato con lui sono mai riapparsi», mentre nel 2005 «un gruppo armato ha preso mio figlio di 18 anni e lo ha sequestrato per 15 giorni. Poi lo hanno ucciso e lo hanno lasciato disteso sulla strada».

Così, mentre la reazione normale sarebbe stata la vendetta, l’odio, la disperazione e anche una possibile rabbia verso Dio, questa donna ha fatto qualcosa che davvero pare al limite del credibile e che si può definire solo come un miracolo: «In quel momento dissi: “Signore, te lo restituisco”». Lei che grazie alla madre aveva già perdonato l’assassino di suo padre («non abbiamo il diritto di fargli nulla», le disse la donna) quando scoprì chi era, andò a casa sua, dove lo trovò in uno stato pietoso: «Sarebbe stato facile, date le circostanze in cui si trovava, avvelenarlo o cercare un modo per ucciderlo, ma fortunatamente avevo ricevuto quell’insegnamento da mia madre».

Ma Garcia non si fermò a quelle parole, perché sulla strada di casa, dopo aver pianto fece qualcosa che non le era chiesto: «Decisi che sarei andata a visitarlo con chi si occupa dei malati per aiutarlo a guarire, portargli cibo e vestiti. Lo facemmo per molto tempo». Quando poi l’uomo scoprì che Garcia era l’orfana di un uomo che aveva ucciso non riuscì più a guardarla negli occhi «e lì capii che la colpa è peggio del dolore».

La donna rifece lo stesso con l’assassino del figlio, convinta che sia stata la Madonna a renderla capace di tanto. Infatti, mentre guardava l’immagine di una Pietà, chiese perdono per aver pianto la morte del figlio invece che ricorrere a Lei. «Tre giorni dopo, mentre tornavo a casa, vidi un giovane membro dei gruppi dei guerriglieri (antigovernativi, ndr). Era ferito e piangeva dal dolore. Lo portammo a casa. Aveva fame e gli diedi del cibo e del caffè, un paio di pantaloni e una maglietta che appartenevano a mio figlio». L’uomo era nel letto del figlio quando alzando gli occhi vide la sua foto e chiese: «Perché ci sono qui le foto del tipo che abbiamo ucciso pochi giorni fa?». Un dolore lancinante e lo sgomento presero Garcia: «Io e mia figlia e il ragazzo cominciammo a piangere». A quel punto l’umanità della donna stava per esplodere. Ma pregò di nuovo Dio di essere aiutata e «alla fine dissi al giovane: “Questo è il tuo letto e questa è la tua camera”». Il ragazzo piangeva e quelle parole per lui «furono come un pestaggio violento. Gli passai il telefono e gli dissi: “C’è una madre preoccupata per te da qualche parte, per favore chiamala”».

Come comprensibile però le figlie di Garcia non erano d’accordo, lo volevano morto. Allora lei le provocò: «”Ditemi quello che volte che faccia, ma garantitemi che quando ho finito mio figlio sarà seduto qui con noi”, capirono che l’“occhio per occhio” era inutile». Il ragazzo fu poi ricoverato ma morì più tardi in un incidente di droga: «La madre venne a prendere il corpo e la aiutai a riportarlo nella sua città», perché «Dio trasforma il cuore di coloro che credono che con Cristo tutto può cambiare».

Non c’è nulla di umanamente spiegabile in tutto ciò, se non con il cristianesimo puro, quello dei primi martiri cristiani che morivano pieni di una grazia che li rendeva capaci di chiedere perdono per i loro assassini come fece Cristo in Croce. Garcia ha potuto tutto questo solo per un amore coltivato e totale per Cristo e per un dono ricevuto, come dimostrò durante il viaggio del papa in Colombia nel 2017, quando durante una testimonianza unì il suo dolore e le sofferenze alle migliaia di vittime della guerra civile e, ponendola ai piedi di Gesù Crocifisso, pregò che si trasformassero in una benedizione e nella capacità di perdonare e spezzare il ciclo di violenza nel suo paese.