di Anna Mazzitelli

Ho un dolore grande nel cuore. Un dolore che è un po’ il mio dolore, ma che soprattutto è il dolore di un’altra mamma, che ha appena perso il suo bambino, che tra 10 giorni avrebbe compiuto 8 anni, come il mio, e che per una serie di strane coincidenze ho avuto l’occasione di incontrare, e di accompagnare, in questo cammino.

Ho il dolore della perdita, perché anche se stavolta non era mio figlio, è sempre un po’ anche il mio, ogni sconfitta è un po’ la mia sconfitta, così come ogni volta che qualcuno guadagna distanza dalle terapie, o dal trapianto, ogni volta che qualcuno fa un passo giusto per allontanarsi dalla malattia, ogni volta che qualcuno può dire “io ce l’ho fatta” è una vittoria anche per me, una gioia anche per me, indipendentemente dal fatto che Filippo non ce l’abbia fatta.

E non c’è attimo in cui non pensi a questa mamma, che mi struggo di non aver saputo aiutare nel modo giusto, che ora sta piangendo il suo bambino, a questa mamma che avrebbe tutto il diritto di ricevere da me parole migliori di quelle che ho saputo dirle.

E l’unica cosa che mi viene in mente, e che ho raccontato stamattina a un’amica in comune tra me e lei, è la storia di Giona, che il Signore vuole mandare a Ninive, e che invece se ne fugge in direzione opposta, verso Tarsis.

Giona, che da quando il mio confessore me ne ha parlato è diventato per me un chiodo fisso, Giona, che scappa davanti alla parola del Signore, e grazie al fatto che scappa permette al Signore di salvare pure i marinai, pagani, che si convertono a causa della tempesta che non riescono a gestire, e che alla fine fanno sacrifici a Lui. Giona, che si arrabbia e dice al Signore “Tanto si sapeva che sei buono, e che Ninive l’avresti salvata comunque”, e che non si accorge (o se ne accorge, alla fine? Perché la cosa che il Libro finisca con una questione aperta è dilaniante per me!) che attraverso la sua storia Dio aveva in mente di salvare tutti: i marinai, i Niniviti e pure lui stesso!

“A che sono servite tutte le nostre preghiere, voglio vedere gli effetti di quelle preghiere!” mi dice la mia amica. Ma siamo sicuri che spetta a noi vederli, quegli effetti? E siamo sicuri che, seppure li vedessimo, saremmo in grado di riconoscerli?

Allora penso a me, a me e Stefano, e a come abbiamo vissuto la morte del nostro bambino. Ripeto a chiunque che no, non siamo stati bravi noi, è Lui che è stato bravo. Non ci ha mollati nella disperazione. E cerco di risalire a quale sia stata la preghiera che abbiamo fatto (noi o altri) che ha avuto come effetto la possibilità per noi di non disperarci.

E mi viene in mente un gruppo di persone, una decina, che io e Stefano incontravamo tutte le mattine, qualche anno fa.

Sposati da poco, un sacerdote al quale avevo chiesto aiuto perché mi trovavo in forte crisi, mi disse: “Stai vicina a Gesù”, e io non trovai di meglio da fare che iniziare ad andare a Messa tutte le mattine. E Stefano decise subito di venire con me.

Nella nostra parrocchia c’era una Messa alle otto del mattino, che non cominciava mai prima delle 8:10, perché don Salvatore scendeva sempre tardi. Divenne la nostra Messa, il nostro momento con Gesù.

Quella Messa era frequentata da un gruppetto di persone, alcune delle quali ancora incontriamo spesso, in parrocchia: c’era la signora Ida, che voleva trascinarci al gruppo del rinnovamento dello Spirito, e che in quel periodo aveva avuto un problema al ginocchio, e ci raccontava che soffriva tanto a non potersi più inginocchiare davanti a Gesù, perché era una delle cose che amava più fare. C’era la signora Elisabetta, che ci raccontava le vicende di sua figlia e dei suoi nipoti, c’era la signora Fernanda, che vestiva sempre sportiva, la signora Ciardi, vecchissima, che mi chiedeva in continuazione come mai non facessimo un bambino, e cercava di darmi consigli su come velocizzare la questione. C’era la signora Pina, con la sua voce forte, e c’era Paolo, unico ragazzo in mezzo a tante persone anziane, riservato, e sempre presente. Poi c’era una signora straniera, piccolina e mora mora, che non ho più visto, forse veniva da fuori parrocchia, che passava gran parte della celebrazione in ginocchio, concentratissima.

Ecco, penso che sia come per la preghiera che ci ha insegnato Gesù: anche se sei da solo reciti “Padre nostro”, non “Padre mio”. Penso che con tutte quelle Messe vissute assieme, siamo diventati parte di uno stesso corpo, e che le preghiere di ognuno di noi siano state preghiere per tutti. Penso che in quei due anni di Messe quotidiane io e Stefano abbiamo un po’ messo da parte le munizioni che ci sarebbero servite dopo, abbiamo fatto il pieno per affrontare la tempesta. E questo “pieno” l’abbiamo fatto grazie a tutti quelli che hanno vissuto quei momenti con noi, perché se ho capito una cosa è che da soli non ci si salva davvero.

E sono certa che la signora Ida, la signora Elisabetta, la signora Pina, la signora Fernanda, la signora Ciardi, Paolo, e tutti gli altri presenti, non sappiano che le loro preghiere hanno avuto come effetto quello di salvare me e Stefano dalla disperazione davanti alla morte di nostro figlio, eppure sono altrettanto certa che sia così. Perché nessuna preghiera va sprecata, nessun viaggio è inutile, nemmeno la fuga di Giona verso Tarsis.

Quindi non smetterò di pregare per questa mamma che ora è nel pianto, e non smetterò nemmeno se non vedrò mai gli effetti di queste preghiere. Ma il Signore, Lui sì, saprà consolarla, e scaldare il suo cuore, come fa con il mio, e non le spiegherà il suo dolore, né lo cancellerà, ma la accompagnerà, e non la farà sentire sola.

Pregate con me per lei.

tratto dal blog piovonomiracoli