Il direttore creativo della maison italiana fa sfilare i modelli con teste mozzate: «Perché la natura umana può essere reinventata e l’uomo può essere assemblato a proprio piacimento come una macchina, come se fosse un cyborg». Un modo per sentirsi Dio, tentazione già vista nell’Eden. 

Al “Milano Fashion Week”, che si è concluso lo scorso 27 febbraio, il direttore creativo di Gucci Alessandro Michele, omosessuale dichiarato, ha fatto sfilare modelli e modelle con la propria testa mozzata in mano, con terzi occhi che spuntavano sulla fronte, con draghi tenuti in mano, etc. A far da passerella una sala operatoria. Cosa voleva rappresentare con questo allestimento Michele? Il fatto che la natura umana può essere reinventata e che l’uomo può essere assemblato a proprio piacimento come una macchina, come se fosse un cyborg.

Così si è espresso Michele: “Ho voluto i tavoli operatori perché per me rappresentano alla perfezione l’atto creativo di inventare delle possibilità. Il mio e quello di tutti è un lavoro da chirurghi. Ritagliamo, riassembliamo e sperimentiamo le nostre personalità come su un tavolo operatorio. Il mio luogo creativo, poi, è in apparenza identico alla sala operatoria perché rappresenta l’ordine nella confusione totale del corpo, dei tessuti, degli strumenti”. Che il corpo umano sia un organismo confuso e non ordinato è un giudizio che può venire solo da chi ha una mente un po’ confusa.

Ad ispirare Michele è stato il saggio Un manifesto per Cyborg scritto dalla filosofa femminista statunitense Donna Haraway pubblicato nel 1985. In merito a questo libro Michele ha poi aggiunto: “Il mio compagno Giovanni Attili mi ha fatto scoprire questo libro che per me è stato profetico. È un racconto antropologico e filosofico che si interroga su chi siamo e chi vogliamo essere. Il cyborg è come un simbolo di emancipazione dalla natura perché la natura non ci ha donato un corpo intoccabile. Per questa collezione, avevo così in mente qualcosa di ultra naturale, qualcosa di ibrido. Sono felice di essere nato ibridato. È per me una cosa da manifestare e da accudire. Perché per me l’ibrido e la trasformazione sono rivelatrici di tante cose. Prendete, per esempio, i modelli che portano la propria testa in mano. Sono a mio parere una metafora di quanto si faccia fatica a crescere ed accudire la propria testa. E a mio parere i vestiti, la moda possono davvero prendersi cura della tua testa e della tua personalità in modo poetico. Venero la differenza, l’unicità, il cambiamento. E se i venti della politica e della società tornano a parlare del contrario, la risposta creativa si fa e si deve fare ancora più radicale. La mia, quindi, non è moda ma istigazione”.

Alcune brevi considerazioni su questa riflessione che oscilla tra la filosofia estetica e l’antropologia, riflessione apparente strampalata e bizzarra ma che invece è rivelatrice di una certa sensibilità contemporanea assai decadente. Innanzitutto è interessante notare che Michele abbia recepito appieno la lezione del fisicismo oggi dominante in parte rilanciato dagli scritti del filosofo Jürgen Habermas: l’uomo è solo il suo corpo e quindi la natura umana è concetto fisico. Da qui la possibilità di cambiare la natura umana, di reinventarla al pari di un’acconciatura. Si può incidere su di essa come fa il chirurgo con un organo o come fa il tatuatore sulla pelle.

Seconda considerazione. Il libro che ha galvanizzato Michele è scritto da una femminista. Il femminismo radicale, almeno in prima battuta, predicava, forse senza saperlo, non che la donna diventasse sempre più donna ma che la donna diventasse un uomo. Ecco il prodromo culturale della teoria dell’identità di genere: l’uomo che si fa donna e viceversa. L’autopoiesi della persona che crede di determinarsi nella sua struttura metafisica. Seppur questo processo non può che esplicarsi in senso sociale, esso indica una dinamica che vorrebbe essere ontologica: ossia le donne dovrebbero realmente diventare in tutto e per tutto come gli uomini. E, tra l’altro, se sei uomo pur essendo donna ti sentirai attratta dalle donne. Nomasi lesbismo.

Anche in questo caso si pensa che la natura femminile e maschile possa essere modificata e dunque anche superata. Da qui il sessualmente neutro oppure, come accennava Michele, l’ibridazione dei due sessi o di più sessi. Ma se la natura umana è un fatto fisico o sociale ed è quindi manipolabile, l’uomo non solo può cambiare sesso, ma anche, in senso aristotelico, genus,  ciò a voler dire che può diventare animale (ecco i draghi nella sfilata), vegetale o cosa. L’uomo può reificarsi, cioè diventare oggetto. Ampie dimostrazioni ne abbiamo già avute: i feti scartati con l’aborto perché difettosi, l’uomo prodotto in provetta e stoccato nei freezer, l’embrione manipolato e clonato come quando si produce una copia di un oggetto con una stampante in 3D, il nascituro commissionato a donne che a loro volta si reificano diventando incubatrici di carne, l’anziano a cui staccare la spina perché elettrodomestico rotto, etc.

Ma la modificazione dell’umano non può che sfociare nel transumano, nel post-umano, nell’ultra-naturale per usare l’espressione del direttore di Gucci. E’ l’uomo macchina, il cyber-uomo che può essere assemblato come si vuole e customizzato a piacimento, con teste intercambiabili e terzi occhi. L’uomo diventa una realtà aumentata e dunque diventa virtuale, cessa di essere “essere umano” e si annulla in un “non essere umano”, un essere solo pensato, solo costruito razionalmente. Se tu che sei maschio puoi essere anche non maschio, allora ciò comporta che tu che sei un essere umano puoi anche diventare non umano, ad esempio una macchina. Il processo graduale di robotizzazione della persona umana è testimoniato non solo dall’evoluzione delle protesi chirurgiche, pratica ovviamente lecita, ma anche dalla filmografia: pensiamo a Robocop, all’agente di polizia Del Spooner della pellicola  Io, Robot, ad Anakin Skywalker alias Dart Fener della saga Star Wars. Di conserva se nella teoria del gender il maschio può diventare femmina e viceversa, nella teoria del postumano se l’uomo può diventare macchina ciò significa che anche le macchine possono diventare persone (è tutto il campo nuovissimo della roboetica), macchine che prendono il nome di umanoidi, robot con inserti biologici nella loro struttura. Pensiamo a questo proposito ai film Terminator.

Il potenziamento umano dunque non è più parte di quel processo di autoperfezionamento antropologico che prendeva il nome di vita virtuosa, ma è meramente meccanico perché l’uomo è solo una grandiosa macchina. Si tratta in definitiva di intervenire sull’uomo come il chirurgo interviene sul corpo del paziente che taglia e cuce al pari di un sarto. E così torniamo al sarto Gucci e al tavolo operatorio. Cambiare natura e diventare sessualmente neutri o macchine è operazione assai simile allo stilista: disegnare un abito è disegnare il nuovo uomo. Indossare un abito dell’ultima collezione è indossare una inedita natura umana che ti diventa una seconda pelle. Rivestirsi della seducente promessa di onnipotenza, come la nudità dei nostri progenitori si rivestì del peccato.

E dunque a Milano in passerella non sono sfilati abiti, ma pensieri pericolosi. Michele infatti parlava di istigazione, istigazione a disfarsi della propria condizione di creatura, percepita come un limite, per diventare come Dio. Suadente invito già ascoltato nell’Eden qualche tempo fa. Ci andò male allora, meglio non riprovare.

da lanuovabq