Sono circa trent’anni che nei programmi, obiettivi e conferenze “educative” degli enti internazionali la famiglia non viene più citata, ma vista anzi come un ostacolo alla libertà di scelta dei figli. Così dopo decenni di martellamento ideologico che parte dalla concezione erronea di libertà ormai assunta per osmosi dalla maggioranza degli occidentali che si illude di essere in grado di autodeterminarsi, una famiglia si è vista sospendere la potestà genitoriale sulla figlia perché in disaccordo con chi voleva risolvere i suoi problemi psicologici con trattamenti ormonali per il cambiamento di sesso.

Già negli anni Settanta si cominciò a parlare di programmi di “educazione tra pari”, per entrare nelle scuole ad insegnare la sessualità ai piccoli, la contraccezione, l’aborto e il sesso libero, fino ad arrivare alle leggi odierne (come quelle canadesi) che riconoscono un presunto “diritto sessuale” e anche “religioso” dei bambini a cui le famiglie devono obbedire se non vogliono essere denunciate. Sappiamo che anche l’UNICEF o l’UNFPA ormai parlano dei “diritti sessuali e riproduttivi” come “diritti dei bambini”, così come l’Oms che caldeggia l’educazione sessuale fin dall’asilo.

Una mentalità ormai tanto diffusa da portare un tribunale dell’Ohio a sospendere la potestà genitoriale dei genitori di una diciassettenne che si identifica come un uomo e la cui famiglia è in causa con gli “esperti” del Cincinnati Children’s Hospital Medical Center, convinti che debba essere sottoposta a terapia ormonale. Questi ultimi hanno infatti testimoniato contro il padre che si rifiutava di chiamare la figlia con un nome maschile, identificando la causa dei pensieri suicidi della minorenne con tale rifiuto di confermarla nel suo stato mentale confuso e ferito.

Ma la ragazza era già stata ricoverata a 15 anni a causa di una depressione e di una cosiddetta “disforia di genere”, definita dall’American Psychiatric Association (Apa) come “un conflitto fra il sesso biologico della persona e il genere con cui si identifica”. Com’è possibile allora che un “conflitto”, come lo chiama la stessa Apa, ora venga risolto non tanto cercando la causa che lo genera bensì assecondandolo? Non sarebbe un po’ come dire a chi è convinto di essere un gatto, di poterlo curarlo mettendogli la coda?

Eppure la giovane ora è sotto la custodia legale dei servizi sociali della contea di Hamilton che hanno stabilito che debba vivere temporaneamente a casa dei nonni, i quali hanno deciso di assecondarla nel suo credersi un uomo: “Pensiamo che i nonni siano quelli con una mentalità e una volontà più aperte”, ha perciò dichiarato l’avvocato rappresentante della diciassettenne, Paul Hunt. Pertanto la Corte sta pensando di trasferire a loro la custodia legale. I medici sostengono, infatti, che la ragazzina starebbe meglio da quando ha cominciato la terapia psicologica, ma che occorrerebbe procedere immediatamente ai trattamenti ormonali per ridurre il rischio di suicidio.

Non importa se i genitori hanno dichiarato di amare la figlia, per cui dicono di soffrire, essendo disposti a lasciarla vivere dai nonni, ma domandando che almeno non si proceda con i bombardamenti ormonali. Dato che, ha spiegato Karen Brinkman, avvocato dei genitori, “questa ragazzina non è in grado di prendere ora una decisione che potrebbe alterare tutta la sua vita”. Solo per questo i genitori chiedono che sia riconosciuta la loro potestà genitoriale, “così da prendere le decisioni mediche che ritengono essere le migliori per la loro figlia fino al compimento dei 18 anni”. Ovviamente la famiglia è stata attaccata dall’avvocato dell’ospedale, Donald Clancy, perché secondo lui ciò che li spinge è solo il credo religioso (come se questo fosse per forza irragionevole e sbagliato): “Il padre – ha continuato Clancy – ha dichiarato che ogni cambiamento di sesso va contro ciò in cui crede e che lasciare che la ragazzina avvii la transazione è come strappargli il cuore dal petto”. L’uomo ha poi, ragionevolmente aggiunto, che assecondare la figlia significherebbe alterare la percezione della realtà anche dei suoi fratelli.

Brinkman ha quindi replicato sul fatto che la motivazione dei genitori non combacia solo con la loro fede ma con una ricerca fatta di “contatti con professionisti del settore medico con migliaia di ore di ricerche, con l’osservazione della loro figlia”, convincendoli che “un trattamento ormonale le farebbe più bene che male”. Ma secondo l’accusa la famiglia sarebbe persino colpevole di averla traumatizzata, iscrivendola ad una scuola cattolica dove veniva chiamata con il suo nome di battesimo. Persino i documenti legali le recherebbero “un trauma”. L’avvocato dei nonni spinge quindi per il cambiamento dei documenti.

Insomma, da quando i figli sono diventati dello Stato, prima attraverso campagne martellanti di sessualizzazione fuori da ogni limite, diffuse grazie alla presenza invasiva dei media e dalle scuole, chi osa rispettare la realtà, convinto che un desiderio non corrisponda necessariamente ad essa, viene privato dei suoi diritti fondamentali. I nuovi nemici dello Stato dunque non sono tanto le famiglie in generale, o come un tempo stabiliva il diritto minorile quelle che vanno oggettivamente contro il bene dei ragazzi, ma quelle che non concepiscono la libertà come un assoluto senza vincoli.

Resta però una domanda: perché allora non togliere la patria potestà anche a quei genitori di figlie anoressiche che non le assecondano nella loro convinzione di non dover mangiare perché si sentono grasse, ma che cercano anche tramite una terapia di aiutarle ad accettare la realtà e ad amarsi senza fuggire da se stesse? Forse perché in realtà l’interesse del potere non è tanto quello di assecondare ogni delirio, ma di farlo quando questo serve alla destrutturazione dell’identità più profonda della persona, raggiunta primariamente attraverso la sessualizzazione libera dei bambini (coronamento del potere sugli indifesi cominciato prima con l’aborto e che ora si spinge verso la pedofilia) e l’abolizione della fede cristiana che si oppone alla sovversione della creazione.

da lanuovabq