Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.

Quanto a quel giorno e a quell’ora, però, nessuno lo sa,

neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre

Mt 24,35-36

Come vi ho già raccontato altre volte, da tempo un giovane monaco ortodosso mi onora della sua amicizia e mi aiuta a comprendere il suo mondo spirituale, specie attraverso la conoscenza di un archimandrita (superiore di monastero) nato alla fine dell’Ottocento e morto nel 1993 all’età di novantasei anni: l’archimandrita Sofronio.

Questo padre spirituale, quando incontrava i giovani monaci, riusciva sempre a sottolineare con efficacia alcuni punti fondamentali dell’esperienza cristiana, e anche il modo in cui si esprimeva era significativo.

Trovo bellissimo il saluto con il quale apriva spesso i suoi interventi: «Sia benedetto il Nome del nostro Dio». A volte noi credenti siamo timidi e, per un malinteso senso del rispetto, evitiamo di mostrarci per ciò che siamo, fin dai saluti. Così, per esempio, diciamo, genericamente, «buon Natale» e «buon anno», mentre dovremmo dire «santo Natale» e «ti auguro un anno nuovo pieno di santità».  E che cosa c’è di più bello del saluto dei cristiani d’Oriente per la Pasqua? Non un generico «buona Pasqua», ma «Cristo è risorto! È veramente risorto!». Non dovremmo mai dimenticare che tutto ciò che è generico è poco o per nulla cattolico.

Negli ultimi anni di vita l’archimandrita pensava alla morte e non lo nascondeva. Anzi, questo pensiero lo aiutava a essere ancora più acuto nell’indicare le priorità. Diceva che, per il cristiano, tutto deve trasformarsi in preparazione all’incontro con Colui che ha creato ogni cosa, dai corpi celesti a ciascuno di noi, con tutte le nostre conoscenze, i nostri limiti, le nostre gioie e le nostre difficoltà. Se viviamo così, nella consapevolezza che ogni giorno, ogni minuto, ogni istante sia preparazione all’incontro faccia a faccia con Dio, la prospettiva cambia, il tempo e lo spazio assumono un valore nuovo e noi creature, pur nella nostra finitezza, riusciamo a percepire qualcosa dell’infinito e dell’eternità. Se è in Cristo, la vita è preparazione all’eterno.

Devo dire che, da cattolico, resto sempre affascinato da questo insegnamento. Noi cattolici (ovviamente generalizzo) da tempo abbiamo smesso di puntare lo sguardo verso l’alto per indirizzarlo verso la terra. Il che va benissimo, purché l’attivismo terreno e sociale non ci impedisca di scorgere Dio, di coglierne i segnali e di separare ciò che è sostanziale da ciò che è superfluo.

L’archimandrita parlava di «dilatazione» della coscienza. Puntare lo sguardo verso Dio e verso l’eterno non ci separa dal mondo, ma ci fa essere uomini nel senso più compiuto.

Pensando che Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza dovremmo restare sopraffatti dall’emozione. Immagine e somiglianza: Dio è in noi, lo possiamo vedere! In un certo senso, l’incontro faccia a faccia, in attesa di quello vero e definitivo, avviene così ogni giorno. E, se è così, come possiamo sminuire la nostra grandezza e la nostra dignità?

Creandomi a sua immagine somiglianza, spiegava l’archimandrita, Dio ha posto innanzi a me lo scopo fondamentale della vita: assimilare lui stesso, che è infinito e tutto contiene. Ma, dopo la caduta di Adamo e la cacciata dal paradiso, in noi ci sono la disposizione a peccare e il contrasto con Dio. L’unità si è spezzata e la vita è diventata contrasto. Ecco perché  Gesù non si stanca di chiedere la conversione. Ed ecco perché non ci può essere conversione se non si parte dalla consapevolezza del peccato.

«Metanoia», conversione, è parola cara alla spiritualità ortodossa. E, anche in questo caso, noi cattolici sentiamo di aver perso qualcosa. Forse ne parliamo troppo poco, forse ci sembra troppo scomodo.

Nell’insegnamento dell’archimandrita un’altra parola che mi colpisce è compunzione («penthos»). Anche questa sparita dal vocabolario dei cattolici, indica il dispiacere nei confronti del proprio operato, addirittura il «gemito», dice il padre spirituale, che nasce dall’anima addolorata perché consapevole del peccato e della separazione da Dio. Potremmo parlare di pentimento, di rimorso, ma compunzione è forse di più. È il dolore viscerale che nasce dall’essersi allontanati dal Padre, dall’aver sporcato il nostro volto, che è a sua immagine e somiglianza.

Una terza parola cara all’archimandrita è comandamento, a partire certamente da quello nuovo e rivoluzionario, di amarsi gli uni gli altri, ma senza tralasciare quelli che abbiamo preferito mettere in ombra, a partire da quello, davvero difficile da digerire, di Dio ad Adamo, di non mangiare il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.

Diciamo la verità: per noi cattolici di oggi, adulti e vaccinati, questo tipo di insegnamento ha il sapore della favola, da non proporre più neppure ai bambini. E invece il vecchio padre spirituale non se ne vergogna, e parla apertamente della cacciata dal paradiso, della «caduta tremenda» di Adamo e del suo «precipitare» che continua a colpire l’umanità intera.

E una quarta parola è orazione. Potremmo anche dire preghiera, ma non è lo stesso. Mentre la preghiera presuppone una richiesta, l’orazione è proprio il colloquio, senza dimenticare il legame (spiegato in modo mirabile da Benedetto XVI quando parlò ai giovani, a Colonia, nel 2005), tra «oratio» e «ad-oratio», tra orazione e adorazione, che è il contatto, addirittura bocca a bocca: dunque, l’amore.

Infine l’ultima parola cara all’archimandrita: sottomissione. Che non è una limitazione di sé, ma è, appunto, una dilatazione, perché se Colui al quale ci sottomettiamo è Amore, noi stessi, entrando in questa relazione, diventiamo Amore in atto.

L’anziano archimandrita, rivolto a giovani monaci, fa spesso riferimento alla vita cenobitica, con le sue esigenze e le sue regole, ma quanto insegna vale per tutti. E, all’inizio di un nuovo anno, forse può esserci d’aiuto riflettere sul suo invito. Dilatazione della coscienza, conversione, compunzione, orazione: un piccolo vocabolario spirituale da adottare e tradurre in vita.

Vi lascio con queste parole dell’archimandrita: «Quando la nostra anima fa ingresso nella sfera della vita divina, sicuramente l’uomo percepisce in modo più chiaro l’eternità rispetto al tempo. Allora molte parole evangeliche diventano anche nostre, proprio perché esprimono la nostra condizione».

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Dell’archimandrita Sofronio (Sakharov) è appena uscito il volume «Edificando il tempio di Dio in noi e nei nostri fratelli», Edizioni Sacro Eremo dei Santi Apostoli Kerasià, Monte Athos

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