Le «villancicos» sono le nostre carole natalizie, molto in voga fin dal XVI secolo specialmente in Spagna, dove si usa farle cantare ai bambini nelle scuole. Per l’esattezza, dicesi «villancico» una «composizione poetica popolare tradizionale composta da versi esasillabici o ottosillabici distribuiti in un ritornello (da due a quattro versi, all’inizio del poema e in cui è annunciato il tema), uno o più cambiamenti (una o più stanze, in genere “redondillas”, cioè composte da quattro versi di arte minore, di solito ottosillabici, di cui, normalmente, fa rima in consonante la prima con l’ultima e la seconda con la terza) e una o più turni (formati da un verso in collegamento e diversi versetti che ripetono ciò che è espresso nel ritornello)».

Se non ci avete capito niente, pazienza. Vi basti sapere che si tratta di canzoncine di Natale ad uso dell’infanzia. Ora, accade che la scuola statale del Paese Basco ha deciso di censurare i testi delle stesse nei soli punti in cui compare il nome di Gesù (Jesús). Così, per esempio, il verso in cui si declama che «i pastori andarono in cerca di Gesù» diventa «in cerca di Peru», che non è il Paese sudamericano bensì il nome Pietro in basco. Perché mai i pastori palestinesi dell’Anno Zero andassero alla ricerca di tal Pietro non è dato sapere, ma o così o pomì, perché la concessione è somma: anziché cambiare tutto il testo della carola, bontà loro hanno cambiato solo il breve (e odiato) riferimento.

Fuori Gesù dalle scuole pubbliche. Ma le «villancicos» che nominano Gesù sotto Natale sono tante, se non tutte. Da qui i salti mortali al trapezio: che so, «Gesù è nato» diventa «l’inverno è arrivato» (in effetti, il 25 dicembre, è inverno da quattro giorni). Secondo quanto rivelato dal quotidiano «El Correo» la consegna per le scuole basche è la seguente: nelle aule scolastiche la Natività deve essere trattata senza toccare il tema religioso. In effetti, l’avvenimento più importante della storia, quello che ha spaccato il tempo in due, avanti e dopo Cristo, una computazione di calendario che tutti, dico tutti, usano, anche i maoisti cinesi, anche i sauditi wahhabiti, anche i birmani buddisti, questo avvenimento non può essere saltato a piè pari, pena ricoprirsi di ridicolo.

Ma «senza toccare il tema religioso». Come ciò sia possibile, lo sanno solo le autorità basche. Così, in una nota a margine del sussidiario, ecco che si comunica alla scolaresca che sotto l’impero di Augusto è nato tal Gesù detto Cristo, personaggio famoso per avere fondato la religione più diffusa del mondo. Ahi! Abbiamo detto «religione». E allora come la si mette? Gesù ha fondato una religione, non ha fatto altro. Come si fa a nominare l’uno senza dire niente dell’altra? O forse si vorrà trattare il tema con le sole categorie sociologiche? Benissimo, ma sarà interessante vedere come faranno gli insegnanti a parlare di sociologia a bambini di cinque anni.

Comunque, le scuse sono le solite. Anzi, la solita: non «turbare» gli alunni di altre fedi. I quali alunni di altre fedi nel País Vasco sono solo i musulmani. A occhio, non ci pare che da quelle parti abbondino i buddisti, gli induisti, i giainisti e perfino gli atei (di sei anni?). Vecchia storia, e a nulla vale far presente che i musulmani non ringraziano affatto della cortesia, perché, anzi, a loro magari farebbe piacere sentir parlare del «profeta ‘Issa, figlio di Maryam (la pace su di loro)» e precursore di Maometto.

No, alle teste d’uovo (non solo basche) non interessano i musulmani, quanto il laicismo post-sessantottardo. Che considera una benedizione l’avvento degli emigrati musulmani, avvento che permette loro di avere una buona scusa da spendere per cacciare Gesù Cristo da ogni andito in cui in questi secoli ha osato attecchire. L’occasione è buona, ed ecco perché episodi del genere si ripetono a ogni Natale (e Pasqua) in tutto l’Occidente. Il bello è che la direttiva raccomanda di reinterpretare i canti «alla luce della tradizione culturale basca». Come se i baschi avessero un tradizione culturale diversa da quella cristiana…

da lanuovabq.it