Non c’è nulla come una vicenda del genere capace di svelare la verità su temi controversi e dibattuti e sui quali intellettuali ed esperti cercano di far luce spesso complicando le cose, come accadde nel caso di Charlie Gard. Cori Salchert è un’ex infermiera del Wisconsin di 51 anni che ha deciso, insieme al marito Mark, di adottare una bambina in fin di vita nel 2013 per poi prenderne con sé altri sei, di cui alcuni sono già morti.

Lei che da piccola vide sua sorella malata, ricoverata in ospedale e separata dalla sua famiglia, e che crescendo cominciò ad avere rimorsi, capì che il punto non era cambiare il passato, ma “donarlo a Dio affinché lo redima”, ha spiegato la donna intervistata da American Snippets. E così fu quando nel 2003 cominciò a lavorare in un hospice accompagnando le persone a morire. Qualche anno dopo, però, Cori, che si era assentata dal lavoro solo negli anni di crescita dei suoi otto figli naturali, cominciò a soffrire di una malattia autoimmune. Per qualche anno, costretta a letto senza rimedi, cominciò a pregare così: “Dio non vedo nulla di buono in questo male, devi fare tu”. Finché un medico riuscì a trovare una cura. E se già anni prima la donna aveva chiesto al marito di poter adottare i bambini malati e abbandonati dai genitori, ma la risposta fu “abbiamo già otto figli e facciamo loro home school, non è possibile”, dopo tutta quella sofferenza e le preghiere della moglie, arrivò una chiamata improvvisa in cui si chiedeva ai coniugi di adottare una bimba malata e la risposta di Mark fu positiva. La piccola Emmalynn visse 50 giorni: “L’abbiamo accompagnata e ora danza in paradiso. Le dicevo: “Non è questa casa tua, noi ti stiamo accompagnando a casa ed è morta nelle mie braccia”…e si sarà svegliata in Cielo, dove non c’è pena né affanno. È là e non è da sola”, ha continuato l’infermiera piangendo.

Poi, nel 2014, il giorno del suo compleanno, “come a dirmi che era un regalo di Dio, arrivò Charlie”, che proprio come Charlie Gard secondo i medici, dato che respirava con un ventilatore e aveva il cervello completamente danneggiato, doveva morire. Invece ha compiuto quest’anno tre anni. “Lo cullai – ha continuato – lo misi fra le mie braccia e venne a casa e pensavo che “tu mi porti vita, tu mi parli della vita”. In effetti Charlie è un lottatore come spiega la donna, sconfessando quello che la cultura della morte fa passare come sbagliato usando il termine di “accanimento terapeutico”: “Sento il fiato mancare pensando al numero di volte in cui abbiamo rianimato questo piccoletto (oltre 10, ndr)… è difficile per me. Ma abbiamo anche ottenuto l’approvazione per un letto abbastanza grande da consentirci di accoccolarci con lui e di coccolarlo mentre è attaccato ai tubi e alle macchine”, ha chiarito la donna a Today.

Certo, la famiglia Salchert non fa vacanze, ma i figli terminali che adottano permettono loro di essere davvero felici, perché “viviamo giorno per giorno, ringraziando di quello che abbiamo: questi bambini ci ricordano questo e ci fanno essere grati”. Insomma, stando davanti alla morte che l’Occidente edonista vuole rimuovere provocandola prima del tempo ma sprofondando nella sua depressione, questa famiglia riesce ad apprezzare di più il dono della vita: “Morire è qualcosa che non possiamo cambiare, ma la capacità di amare è meravigliosa.”

È chiaro che questa donna vive con dolore le sofferenze dei suoi figli: “C’è tristezza – ha ammesso – ho pianto tante volte, ma quello che vedo è che, pur essendo loro in condizioni di infermità assoluta, possono fare una cosa, possono essere amati”. Perciò la dolcissima Cori si infuria quando sente che questi bambini andrebbero “lasciati andare”. Quando un medico osa dirle, come è accaduto, che “questo è un vegetale e non ha alcun tipo di comunicazione con il mondo che abbia senso, lo prendo come un insulto. E sapete che dico? “Grazie mille, ma io mi porto a casa questo bambino e lo tratterò come un essere umano quale è”. Ad esempio, “quando adottai Emmalynn”, che prima teneva sempre la faccia in giù ingrugnita, “mio marito la prese, la mise sul suo petto e cantò” e la piccola cominciò a reagire. “Quindi mi potete anche dire che è un vegetale ma a me non interessa, non importa se per qualcuno queste cose non hanno significato, lo hanno, lo hanno per me”.

Perciò, in un video che parla della sua storia Cori dice a Charlie, mentre lo culla commovendosi: “Io celebro il fatto che tu possa essere semplicemente vivo, saremo tristi quando te ne andrai ma siamo ancora più grati del fatto che tu sia entrato nella nostra vita”, riempiendola di significato e di uno scopo: “Non posso fare la differenza per il mondo intero, ma so che posso farla per il bambino che ho qui con me”, ha sottolineato la donna. E no, ha dichiarato ancora a Today, “non è tutto bello o tutto brutto, tutto spaventoso o tutto gioioso, ma è tutto questo insieme. Ci sono lacrime e c’è il dolore, ma è più grande la gioia per ogni vita”. Come ha spiegato anche una delle figlie naturali degli Salchert: “Mia madre dice che può amare così perché Gesù la ama così e siccome ha accettato di abbracciare la sofferenza di questi bambini riceve anche una sovrabbondanza di gioia”. Sì, per ogni morte Cori e suo marito provano una grande pena e mancanza, ma piena di speranza e di amore.

Non si può non chiedersi come davanti a storie simili si possa dire di preferire l’eutanasia chiamandola morte degna. Perché anche chi pensa che quello degli Salchert sia un atto eroico di pochi non può, con un minimo di onestà intellettuale, davanti a bambini curati fino all’ultimo e morti di morte naturale in casa (magari rianimati e sostenuti da ventilazione ed idratazione per mesi o anni, senza burocrazia preoccupata dei costi ospedalieri o tribunali di mezzo), preferire testamenti biologici e sentenze di morte basate sulla “qualità di vita”. Giustificando la sospensione della ventilazione o dell’alimentazione con il fatto che un tempo non esistevano macchinari in grado di fornirle. Si capisce che l’unica alternativa a tutte queste norme, dettate dal terrore della sofferenza, e alla cultura efficientista della morte è il sostegno concreto alla carità, che supera il dolore e lo salva. Anzi lo usa per un bene maggiore cambiando in meglio tutta la società.

da lanuovabq.it